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venerdì 17 giugno 2016

Il passato è un campo di addestramento. Storia di Lei

Ho vissuto.
Ho scritto una storia.
Questa storia sarebbe potuta diventare un libro.
Ho partecipato ad un concorso.
Ho vinto.
Mi hanno pubblicato il libro.
È uscito ufficialmente il 29 maggio.

Sembra una passeggiata detta così, ma nella realtà c'è molto di più. Ci sono emozioni contrastanti, gioia, timore, voglia di riscatto e paura di non farcela. C'è la frustrazione di un titolo diverso, i mille problemi su ciò che la gente penserà di me dopo averlo letto, le reazioni di chi si sente chiamato in causa. Tutto questo sommerso, però, ne vale la pena. Condividere il racconto con delle persone è la cosa più rilassante che mi sia mai capitata. Mi ha aiutata a spogliare il romanzo dei significati personali che gli avevo attribuito e a farlo diventare qualcosa di nuovo. Mi ha fatto capire che ho un mio stile di scrittura che è cambiato nel tempo, ho un genere che mi scorre nelle vene e viene fuori quasi senza volere, ho storie da raccontare e cose da dire che qualcuno paga per poter leggere e nessuno vuole che mi fermi. Facile a dirsi. Come si può fare qualcosa di così bello, nato da qualcosa di altrettanto bello, ma letale senza sentirsi ridondanti? Senza che nella testa mi tornino le stesse frasi, gli stessi "Lui che mio non è mai stato", le stesse storie tristi? Si può, certo. Con l'esercizio, come Paolo. Lui è alla sua ennesima pubblicazione e il metodo con cui scrive mi fa pensare che forse meritasse di vincere più di me, perché l'esercizio va premiato più dell'ispirazione (forse). O forse non è così, forse scrivere seguendo dei ritmi, delle cadenze narrative, dei modi, dei tempi, delle regole limita l'essenza della scrittura stessa. Credo più a questa ipotesi, per ciò che mi riguarda. Scrivere è libertà di dire, di pensare, sognare, immaginare, libertà di fare finta. È in questo che tutto prende forma e senso, nella possibilità di essere dove vuoi, come e quando vuoi senza muoverti dalla scrivania. Potrei parlare di mondi fantastici, di draghi e principesse, sognare Narnia o la Terra di Mezzo, chi me lo impedirebbe? La mia scrittura, il mio stile è questo. Estremo a volte. Altre noioso, ripetitivo, ma è mio. Se piace, piace. Altrimenti non comprate il mio libro.

Per inciso, è un noir erotico. Niente draghi.

mercoledì 17 febbraio 2016

Tagliare le etichette


Questa è un'abitudine che ho preso da un po' di tempo. Le etichette iniziano a darmi fastidio. Irritano. Mi provocano insofferenza quando indosso un capo d'abbigliamento, ma ho iniziato anche a ricamarci su una teoria morale. Partiamo dal principio. L'etichetta dovrebbe descrivere il capo acquistato, il modo di lavaggio, il tipo di tessuto, la possibilità che i colori resistano alle alte temperature ed una lunga serie di informazioni che riguardano la cosiddetta “manutenzione”. L'etichetta ci dice come il capo cade su chi lo indossa? No. Ci dice quanti fili sono stati utilizzati per far diventare il maglione quello che è? No. L'etichetta indica a grandi linee quelle che dovrebbero essere le caratteristiche, senza tuttavia entrare nel particolare del singolo abito. Questo significa che ogni capo, a seconda di come lo si “tratta” e del tipo di “storia” che ha, si “comporta” diversamente. 

Ora che ho descritto per bene la funzione dell'etichetta, spostiamo l'attenzione dall'abbigliamento alle persone. Ogni essere umano, volente o nolente, ha una sua personale etichetta scelta per lui dalla società all'interno della quale è inserito. Ognuno di noi non ha la possibilità di scegliere quale etichetta gli altri sceglieranno e spesso capita che neanche ne siamo a conoscenza. Ciò che possiamo essere in grado di controllare sono le etichette che noi stessi mettiamo agli altri, essendone più o meno consapevoli. Le etichette nascondono i giudizi che diamo alle persone, i pregiudizi, gli stereotipi, i pettegolezzi e il tipo di esperienza personale che leghiamo ad un certo individuo o ad una categoria. Entriamo nel dettaglio. L'etichetta Napoletano indica Pizza, Mandolino, Arraffone, Tarantella, Furbo, Disonesto, Maleducato, Camorra, Vesuvio, Immondizia, Criminale. Eppure conosco molti napoletani che non suonano il mandolino, non ballano la tarantella, non fregano il prossimo, non sono maleducati né disonesti né camorristi né criminali, non sono mai stati sul Vesuvio, fanno la raccolta differenziata, ma mangiano la pizza. Perché la pizza la mangiano anche in America, è universale. Si ma i Napoletani sono dei fannulloni, ignoranti e arroganti. Il mio amico Tony è laureato alla Federico II, ha pubblicato un libro che non parla di malavita ed è felice lo stesso. Magari non ha il contratto a tempo indeterminato, ma voi ne avete uno? Allora si parte a parlare dell'hinterland, la provincia, il ghetto, il degrado. Eppure ho un grande amico e collega di Giugliano in Campania che non ha niente a che vedere con lo spaccio, l'abusivismo edilizio, le discariche a cielo aperto e le sparatorie. Ha il suo lavoro, la sua fidanzata, la sua laurea in Psicologia, le sue passioni esattamente come tutti voi che state leggendo. Io stessa ho vissuto a Caivano e conosco ragazzi di Caivano che lavorano, studiano e rispettano la legge. Anzi, si incazzano da morire quando il proprio paese viene associato a Gomorra, alla criminalità organizzata e alla delinquenza in genere. Spostiamoci oltre, perché non sono solo Napoli ed i napoletani ad essere bombardati di etichette. Faccio pubblicamente ammenda per ciò che di offensivo ho detto su Caserta ed i casertani, perché ciò implicherebbe che tutti i casertani, compresi i miei amici di infanzia, le persone che stimo e che continuano a combattere giorno dopo giorno con un sistema che non aiuta nessuno, siano colpevoli dello stesso degrado di cui sono vittime. Esistono senz'altro uomini che vi contribuiscono, ma per fortuna qualcuno ha la capacità di alzare la testa e cercare di svoltare. Mauro è un esempio: vedo spesso ciò che realizza con la compagnia teatrale di cui fa parte e grazie a persone come lui Caserta ha qualche possibilità in più di risollevarsi almeno culturalmente.

Andiamo avanti, però, che la strada è lunga. Da quando sono a Conversano noto una totale avversità verso i baresi. Bari è un casino, su questo non si discute. Per fare 2 km alle 18,30 ci si mette un'ora e mezza in macchina. I baresi abitano su 116 chilometri quadrati. Esistono baresi delinquenti, esistono baresi corretti e lavoratori, esistono baresi che non rispettano neanche casa propria. No, ma non sono tutti i baresi il problema. “Immagina che al corso che ho fatto c'era addirittura uno del Quartiere San Paolo!”. Ok, mia cara conversanese, anche mia madre è del San Paolo. E ti dirò di più, anche mia nonna è del San Paolo. Mio nonno lavorava alle poste e non sparava a nessuno, mia nonna non spacciava, le mie zie sono brave persone. Mia madre pure. Anzi, mia madre conosce quel tipo di gente e si incazza come si incazzano i caivanesi quando si identificano QUELLI DEL SAN PAOLO con i delinquenti. Sono stata fortunata, lo ammetto: aver visto tanti posti, conosciuto tante persone diverse, mi ha aperto gli occhi. Questo discorso può andare avanti ed estendersi a tutte le categorie esistenti: gli omosessuali, gli immigrati, i neri, i cinesi, i comunisti, i rumeni, i rom, gli albanesi e tutti gli altri che vi vengono in mente. Personalmente ho iniziato a tagliare le etichette, perché davvero non servono.

Indossa il maglione, conoscilo, stabilisci un contatto. Se punge o si infeltrisce forse hai solo fatto un lavaggio sbagliato.

mercoledì 19 febbraio 2014

Invisibili - Cristiano De André

Ieri ho visto la prima serata di Sanremo. Quest'anno ci sono dei bei pezzi, con qualche eccezione (per la Ruggiero per esempio) e delle proposte un po' meno mainstream degli altri anni (come i Perturbazione o Frankie Hi-NRG), ma l'unico pezzo che secondo me valeva la pena ascoltare e premiare era proprio Invisibili. E' vero, chiunque senta De André fa subito riferimento a Fabrizio, il mito, la leggenda. Ma Cristiano è di più. Cristiano vive in un periodo dove non basta parlare di disagio o raccontare novelle per fare storia, specie perché è un periodo che porta l'ombra di Fabrizio, Pierangelo e tanti come loro, che i messaggi li hanno dati, li hanno scalfiti nelle menti e nei cuori di una generazione che adesso si trova persa in quegli stessi ricordi. I fan di oggi di De André padre possono solo immaginare cosa sia stato quel periodo, cosa quelle note abbiano potuto esprimere ed imprimere nei cinquantenni di oggi e nei ventenni di ieri. Noi, i ventenni di oggi, dobbiamo far fatica a pensare cosa volesse dire La guerra di Piero o Via del Campo per quei ventenni che la ascoltavano su 33 giri, per quelli che il disagio lo vivevano e lo combattevano in solitudine o nei circoli di rifondazione, e non su Facebook. Però Cristiano ci fa vivere un'emozione diversa: la consapevolezza di essere soli. Questo brano mi ha emozionata fin da subito, per l'interpretazione profonda che ne ha dato l'artista e per il messaggio che mi ha trasmesso. E' dura dover affrontare la vita come Figlio Di e non come semplicemente Te Stesso. Per questo lo chiamo Cristiano, perché questo pezzo è un plauso a lui, non a chi gli ha dato la vita. Godetevelo.


Tu abitavi in via dell’amore vicendevole
E io qualche volta passeggiavo da quelle parti lì
Il profumo dell’estate a volte era gradevole
E le tue medagliette al merito sul petto brillavano
Brillavano molto più dei miei lividi
Tu camminavi nell’inquietudine
E la mia incudine era un cognome inesorabile
Un deserto di incomunicabilità
Tu eri laureato in danni irreversibili
[che la droga provoca al cervello
Io un po’ di questo un po’ di quello
In fondo niente di veramente utile
Tu eri bravissimo a specchiarti nelle vetrine
Io altrettanto a svuotare le cantine
Per noi amici, pochi amici, pochissimi amici
Tu eri fortissimo a inventarti la realtà
Io liberissimo di crederla o non crederla
E ho sempre sperato che qualcuno un giorno
Potesse parlare male di noi
Ma eravamo invisibili, talmente invisibili che non ci vedevamo mai
Stu ténpu
Ch’u s’è pigiòu a beléssa e u nòstru cantu
Pe ripurtane inderée sénsa ciü un sensu
Ma òua che se vedemmu
Dumàn tüttu u cangiàa
Tu abitavi in via dell’amore vicendevole
E io avevo preso una stanza in affitto
da quelle parti lì
Io dimostravo fondamentalmente i miei anni
Tu ormai non sapevi più quali fossero i tuoi
Perché a Genova si moriva a vent’anni
Ma senza diventare mai, mai degli eroi
Coi tuoi separati a colpi di calibro trentotto
E i miei tenuti insieme dalla speranza per l’umanità
Noi sempre oltre ogni limite
Quel limite era una scommessa da non perdere mai
Tu eri bravissimo a ballare sulle rovine
Io altrettanto a rubare comprensione
Di noi amici, pochi amici, pochissimi amici
Tu eri fortissimo a inventarti la verità
Io liberissimo di crederla o non crederla
Io ho sempre sperato che qualcuno un giorno
Potesse accorgersi di noi
Ma eravamo invisibili, che non ci vedevamo mai
Stu ténpu
Ch’u s’è pigiòu a beléssa e u nòstru cantu
Pe ripurtane inderée sénsa ciü un sensu
Ma òua che se vedemmu
Dumàn tüttu u cangiàa
Stu ténpu
Ch’u s’è pigiòu a beléssa e u nòstru cantu
E u l’à ripurtòu inderée sensa ciü un sensu
Ma òua che ghe vedemmu
Dumàn tüttu u cangiàa

mercoledì 15 maggio 2013

Edificante

Edificante è la conversazione che ho finalmente, dopo mesi, avuto con Baol oggi. Apparendo disastrata, scazzata e in pigiama ho conosciuto uno dei blogger che più mi prende su questa piattaforma e, devo dire, è stato davvero un ottimo toccasana per il mio umore. Meteoropatica come sono, questa giornata sarebbe andata proprio di cazzo. Invece, a pochi chilometri da casa mia, un blogger come me subisce volontariamente i miei onanismi cerebrali senza batter ciglio. Ottimo.

mercoledì 6 febbraio 2013

Giudizi universali



Togli la ragione e lasciami sognare, lasciami sognare in pace.
Liberi com'eravamo ieri, dei centimetri di libri sotto i piedi per tirare la maniglia della porta e andare fuori.
Potrei, ma non voglio fidarmi di te:  io non ti conosco e, in fondo, non c'è in quello che dici qualcosa che pensi. Sei solo la copia di mille riassunti.
Si bagna la fiamma, rimane la cera e non ci sei più.

venerdì 27 aprile 2012

Global view

A volte si perde la visione generale a scapito di mille particolari insignificanti. Non si sa più da dove si è partiti, ma soprattutto dove si vuole arrivare. Mettiamo Star Wars: uno comincia a guardarlo (dalla trilogia vecchia) e pensa che i protagonisti siano Luke, Leila e Han Solo. Poi prosegue con la seconda (il prologo) e pensa che il protagonista sia Anakin. Poi passa qualche settimana e qualcuno lo fa riflettere: i protagonisti di Star Wars sono i droidi. Era lampante. Eppure è passato inosservato.

A me sta succedendo così, scrivo un racconto ZEPPO di particolari, eppure non so dove andare a parare.

domenica 19 febbraio 2012

Social Network's Addiction



[...]Subito dopo il boom della diffusione, si levano le voci contrarie ad un utilizzo quotidiano e compulsivo.[...]Passiamo, dunque, ora in rassegna una serie di motivi per cui vale la pena limitarne il più possibile l’utilizzo, al fine di migliorare il nostro benessere fisico, ma soprattutto la qualità generale della nostra vita. Facebook aumenta ansia, irritabilità e malumore. Tralasciando i casi, già menzionati, di veri e propri episodi di asma, scatenati da un uso eccessivo e smodato del più famoso social network, sembrerebbe che l’azione quotidiana e, il più delle volte, compulsiva, di sbirciare foto e profili vari, provocherebbe significative alterazioni nell’umore, con una netta discesa verso senso di insoddisfazione, frustrazione, tendenza ad atteggiamenti di rivalsa e competitività. Il motivo? Nel momento in cui si osservano immagini ed informazioni dal social network, si tende ad un distacco dalla realtà, amplificando le proprie emozioni ed impressioni e perdendo obiettività di critica e giudizio. Facebook peggiora le condizioni di salute. Come tutte le altre attività sedentarie, che ci costringono diverse ore immobili, in posizioni poco confortevoli, affaticando vista e mente, non permettono al nostro organismo e, soprattutto metabolismo, di lavorare in maniera ottimale. Se poi si consumano pasti davanti al proprio pc, si rimane più tempo chiusi in casa e si tralascia una regolare attività fisica, le nostre difese immunitarie subiscono un brusco abbassamento, che può causare la comparsa di malesseri o la maggiore predisposizione a contrarre virus ed infezioni. Facebook mette in pericolo relazioni e vita sentimentale. Secondo la ricerca britannica condotta dallo psicologo Aric Sigman, l’uso quotidiano ed ossessivo dei social network peggiorerebbe drasticamente la qualità della vita di un individuo, rendendolo meno comunicativo ed aperto alle relazioni, più ansioso e preoccupato di fronte alle novità, ma soprattutto ridurrebbe le capacità decisionali e di intraprendenza nella realtà esterna ad internet. Vogliamo poi considerare il pericolo di essere “pizzicati” dal proprio partner in foto o conversazioni compromettenti? Secondo le attuali ricerche, ci sarebbe un aumento vertiginoso di rotture e conflitti nelle relazioni, ma anche di attacchi di gelosia, ossessioni e nevrosi,causate dalle amicizie virtuali ed uso ossessivo di Facebook. Facebook rende visibili privacy e segreti. Sono sempre più numerosi i casi di licenziamento e lettere di richiamo, dovuti all’uso compulsivo dei social network da parte di incauti dipendenti, sorpresi a chattare durante l’orario di lavoro, oppure in sfoghi e commenti poco garbati contro il proprio capo, pubblicati sul proprio profilo. Attenzione anche alle varie applicazioni, come ad esempio Facebook Places; sarete sempre rintracciabili, anche dalle persone che non vorreste proprio incontrare, così come da malintenzionati che potrebbero “pedinarvi” virtualmente. Ancora, attenti a privacy ed informazioni condivise, perchè potrebbero essere visionate anche dai vostri superiori, o da coloro che decidono della vostra assunzione.

Fonte: http://www.yourself.it/i-danni-provocati-da-facebook-motivi-per-limitare-uso/?cp

Ebbene, Facebook, Twitter, Netlog è sempre lo stesso. Per non parlare del MILLE ISCRIZIONI PERCHE' FB NON DIVENTI A PAGAMENTO. Facebook non potrà mai diventare a pagamento, mio caro pirla sociopatico, e sai perché? Perché la sua merce sei tu. E se ti obbliga a pagare non ti può più vendere consigli, opinioni, pubblicità e suggerimenti. Se Facebook ti perde dovrà pagare per riaverti, investendo in grafica più funzionale ed accattivante, utilità e mezzi di intrattenimento più efficaci. Ma tu, mio caro sociopatico, non te ne interessi. Sei su Facebook da troppo tempo, se ti cancellassi ti renderesti conto di aver perso due, tre anni della tua vita. Esatto, perché quella NON E' la tua vita, è quella che vuoi che gli altri pensino che sia la tua vita; come se bastasse scrivere di essere popolare per esserlo davvero.

"Ciao, mi chiamo Valeria e da un anno e due mesi non ho più Facebook."


Ah, già che ci siete, date un'occhiata a questo lavoro.
http://www.slideshare.net/thedoors/psicopatologia-dei-social-network